partiti in scozia

Who’s gonna wreck this party?

I partiti – attori principi della sfera politica –  hanno anche in occasione del referendum del 18 settembre un peso fondamentale nell’articolazione del dibattito pubblico e nella mobilitazione dell’elettorato.

La posizione dello Scottish National Party è la più coerente, ma anche la più rischiosa. Il partito ha fatto dell’indipendenza – sopratutto negli ultimi 20 anni – il punto cardine del proprio manifesto politico. Ora quindi si gioca tutto.
Governa in Scozia dal 2007 ed è – anche per numero di tesserati – il primo partito della regione.
Se vince è chiaramente un trionfo.
Tuttavia, dato lo scarso peso dei alleati, il referendum rischia di diventare un SI o un NO proprio all’operato dell’SNP: non la lettura ideale se per raggiungere la maggioranza hai bisogno dei voti di tanti laburisti (sopratutto). Da una parte il suo leader – Alex Salmond – può rappresentare un motore importante per la campagna. Dall’altro, ridurre il dibattito a un Salmond SI o Salmond NO rischia di avere effetti disastrosi.
Una sconfitta – specialmente se netta – potrebbe essere un disfatta dalla quale sarà difficile rialzarsi.

Chi rischia di soffrire di schizofrenia è il Partito Conservatore. Ovviamente il partito del primo ministro inglese Cameron è unionista e farebbe volentieri a meno di portarsi dietro per decenni la macchia di aver perso la Scozia e disunito il Regno. Concretamente, però, se in Scozia vincesse il SI e si arrivasse all’indipendenza, un enorme bacino di voti del partito laburista verrebbe annientato, probabilmente consegnando il parlamento britannico nelle mani dei Conservatori per ancora molti anni.

Il rischio per il Tory è che il pericolo venga da destra, con l’UKIP pronto ad approfittare di ogni passo falso.
Farage è abile nell’alzare i toni della battaglia: rispetta la legittimità del referendum ma può proporsi come vero paladino dell’Unione, dimostrando che i problemi sono “ben altri”. Può inoltre attingere al bacino di euroscettici presenti anche in Scozia e così rimanere sulla cresta dell’onda mediatica ancora per qualche mese (e in Gran Bretagna si vota nel 2015).

Il Labour Party ha tutto da guadagnare dal NO al referendum e dalla sconfitta dell’SNP.
Se in Gran Bretagna per i laburisti la sfida – nella quale comunque sono in svantaggio – è contro i conservatori, con conseguente spostamento del Labour su posizioni più centriste; in Scozia SNP e laburisti pescano entrambi da un bacino di centrosinistra e – dato il peso scarso di Conservatori e Libdem – il baricentro del dibattito politico viene spostato sempre più a sinistra.
La linea ufficiale del partito è il NO, ma non pochi dissensi ha creato in Scozia la deriva centrista e centralista del movimento. Conseguentemente, una parte degli elettori ha iniziato a volgersi verso l’SNP riconoscendolo portatore dei veri valori socialdemocratici. In vista del referendum, inoltre, sono nati comitati Labour per l’indipendenza apertamente critici nei confronti della linea ufficiale del partito.
Se vincesse il SI, i laburisti sarebbero decisamente nei guai per quanto riguarda le elezioni al Parlamento Britannico.
Meglio potrebbe andare in Scozia, considerata comunque la tradizione Labour nel territorio: nonostante lo Scottish National Party governi in Scozia – anche favorito dalla legge elettorale – il maggior numero di rappresentanti scozzesi nel Parlamento britannico è proprio di provenienza laburista.

Il Partito Liberaldemocratico si posiziona anch’esso in favore del NO, ma in realtà avrebbe in Scozia molto da guadagnare portandosi sul SI e drenando voti dal bacino SNP. Ovviamente le alleanze a Westminster lo impediscono e già in passato i libdem si opposero a un governo scozzese di coalizione con l’SNP proprio per la loro contrarietà all’ipotesi indipendenza, alla quale preferiscono una rafforzamento della devolution.
Anche in questo caso, perdere le Scozia significherebbe dire addio voti importanti su scala britannica per le elezioni al Parlamento UK.

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